Contus de Memoria Decimoputzu

Progetto finanziato tramite la L.R. n. 26 del 1997

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Il lavoro nei campi

L’economia di Decimoputzu è sempre stata basata prevalentemente sull’agricoltura, perciò molti uomini del paese lavoravano nei campi, fossero essi proprietari, mezzadri o braccianti. Il lavoro dell’agricoltore era molto pesante e notevoli i sacrifici che doveva affrontare: usciva di casa prima del sorgere del sole e vi faceva rientro ben oltre il tramonto, consumando nei campi solo un veloce pasto frugale, composto da un tozzo di pane accompagnato da un pezzetto di lardo, salsiccia o formaggio. A ciò si aggiungevano le intemperie che spesso obbligavano i contadini a lavorare sotto la pioggia, senza alcuna deroga all’attività. Il lavoro era per lo più manuale e l’unico ausilio era quello fornito dagli animali, buoi e cavalli, utili per l’aratura dei terreni e per la trebbiatura.
Diverse erano le colture praticate nel paese: il grano e gli altri cereali quali orzo e avena, le leguminose, la vite, la barbabietola e i carciofi erano quelle predominanti, cui si aggiungeva anche la coltivazione dell’ulivo.
Le prime attività iniziavano in genere nel mese di ottobre, quando si riversava nei terreni il letame prodotto durante l’anno, utile po ingrassai sa terra, per nutrire il terreno. Giunte le prime piogge si eseguiva su primu manixu, la prima aratura. Il terreno era così pronto per la semina.
Il grano, dopo essere stato seminato, beniat tzerpau, era ricoperto di terra, rivoltata con l’ausilio dell’erpice. Dopodiché, per un certo periodo il campo veniva zappato e ripulito dell’erba che poteva danneggiare la crescita delle piantine. Agli inizi del mese di giugno cominciava sa messa, la mietitura, e il grano raccolto era portato nelle aie dove si procedeva a sa trèula e sa bèntula, alla trebbiatura e alla ventilazione, per separare la paglia dai chicchi di grano. Po sa bèntula si attendeva una giornata ventilata, preferibilmente quando soffiava su bentu estu, il maestrale, che avrebbe facilitato lo svolgimento di tale attività.
L’ultima incombenza consisteva in s’incùngia de su trigu e de sa palla, l’immagazzinamento del grano e della paglia, quest’ultima utilizzata come alimento per gli animali. Al termine dei lavori si organizzava un pranzo per tutti quelli che avevano fornito il proprio aiuto: «Il giorno dell’immagazzinamento si festeggiava con un pranzo organizzato a casa. Si cucinava la pastasciutta, la gallina o il pollo; partecipavano anche coloro che erano venuti ad aiutarci; ci davamo un aiuto reciproco, magari noi successivamente andavamo ad aiutare loro».
Tra le leguminose rivestiva grande importanza la coltivazione delle fave, seminate nel mese di novembre e raccolte nel mese di maggio. La semina avveniva a ghetadura: «Per seminare le fave era necessario che una persona stesse dietro l’aratore per buttare un seme in ciascun solco, ogni venti o trenta centimetri, e quando l’aratro tornava indietro lo ricopriva». La raccolta consisteva nello sradicamento della pianta: «Andavamo a raccogliere le fave, le raccoglievamo quando non erano completamente secche altrimenti ci graffiavano le mani. Dopo averle estirpate, creavamo i mazzi che poi allineavamo nel terreno. Quando le fave erano ormai essiccate, dopo dieci o dodici giorni, andavamo a raccoglierle, le caricavamo sul carro e le portavamo nell’aia». Anche le attività legate alla coltivazione delle fave terminavano con la trebbiatura e la ventilazione, cui seguiva s’incùngia. 
Una coltivazione molto lunga e complessa era quella della vite. Il lavoro iniziava durante l’inverno affinché, nell’impossibilità di innaffiare manualmente le piante, per l’irrigazione potesse essere utilizzata l’acqua piovana: «Il periodo per piantarla era l’inverno perché in passato non era possibile irrigarla, quindi se l’inverno era piovoso la vite immagazzinava l’acqua che le serviva per la crescita». Il metodo utilizzato era il seguente: «La vigna si piantava a pètia sarda, tecnica che utilizzava un tralcio di vite. Dopo aver tracciato i filari, i contadini piantavano su sramentu, i tralci, ad una distanza di circa un metro l’uno dall’altro». Le attività che annualmente si susseguivano erano quelle di arai e scratzai sa bìngia, l’estirpazione delle erbacce e l’allontanamento della terra dai ceppi, seguite dalla potatura, utile per spuntare i rami troppo lunghi e eliminare quelli inutili. Per evitare che il tralcio, ancora molto esile, potesse essere stroncato dal vento, gli si accostava una verga per sorreggerlo. Se curata in modo adeguato, la vigna già nel mese di marzo iniziava a produrre i rami da frutto: «Durante l’inverno si tagliava il tralcio poco più in alto rispetto al punto in cui si era effettuato un innesto. In questo modo la piantina già nel mese di marzo cresceva rigogliosa».
I principali pericoli per la maturazione del frutto erano rappresentati, oltre che dai parassiti, dalla brina che poteva bruciarne i ceppi: «Ciò che poteva danneggiare la vigna era la brina in primavera, quando si stava sviluppando; bruciava tutto perché la vite è un’erba delicata che ama il calore del sole». Accorgimento fondamentale per garantire un adeguato sviluppo era anche quello di sfoltire le piantine quando il fogliame era troppo rigoglioso e non permetteva ai raggi solari di raggiungere i grappoli: «Quando le foglie erano troppe e l’uva cominciava a prendere colore, soprattutto l’uva nera, era importante che il padrone sfoltisse la vigna per far passare i raggi solari, fondamentali per raggiungere un adeguato contenuto zuccherino».
Nel mese di settembre si poteva finalmente procedere alla vendemmia; in un clima festoso e gioviale si tagliavano i grappoli d’uva che poi, riposti dentro is cubidinas, le tinozze, erano trasportati con i carri nelle abitazioni per essere spremuti; sebbene alcuni disponessero di una mola po molli s’àxina, la mola apposita per macinare gli acini, la maggior parte schiacciava l’uva con i piedi. Il mosto ottenuto subiva diversi processi di lavorazione, a seconda del tipo di vino che si voleva produrre; poteva essere immediatamente separato dalle vinacce e versato nella botte dove si lasciava fermentare da solo, oppure era lasciato all’interno della tinozza affinché fermentasse insieme alle vinacce: «Terminata la bollitura si passava tutto al torchio e si travasava il succo dentro una botte che poi veniva chiusa».
La coltivazione della barbabietola, economicamente vantaggiosa per gli agricoltori che potevano vendere il prodotto allo zuccherificio, dapprima a Oristano e poi a Villasor, si sviluppò agli inizi degli anni Cinquanta. La semina iniziava nel mese di ottobre per la barbabietola precoce e si protraeva fino al mese di febbraio per quella tardiva; nei primi anni si seminava manualmente e solo più tardi si ricorse all’ausilio di una seminatrice trainata da buoi e cavalli. Dopo la nascita delle piantine si rendeva necessaria sa smamadura, che consisteva nello sfoltimento del fogliame, poiché inizialmente si utilizzavano sementi plurigerme, capaci cioè di produrre con un solo seme anche quattro o cinque piantine. La fase successiva consisteva nella concimazione e nell’utilizzo della zappa per smuovere la terra: «Dopo la semina si faceva sa smamadura, poi versavamo il concime a copertura e zappavamo la terra. Il diserbo non esisteva, i parassiti sono giunti più tardi». Il lavoro più faticoso si svolgeva nei mesi caldi, quando le piante avevano bisogno di essere irrigate di frequente, operazione ripetuta fino alla raccolta, che iniziava nel mese di luglio: «Si sradicavano una alla volta con uno strumento chiamato frocidda, facevamo leva con il piede per spingerlo dentro la terra, poi con forza portavamo in superficie le barbabietole. Le ammassavamo in più punti del terreno e dopo passavamo con la falcetta po ddas scolletai, per ripulirle in superficie». Terminate queste operazioni, le barbabietole erano riposte dentro le ceste e trasportate nella fabbrica.
La coltivazione dei carciofi, molto importante per l’economia di Decimoputzu, si diffuse nel paese negli anni Trenta. I carciofi venivano piantati nel mese di luglio o agosto; l’irrigazione avveniva anche in questo caso a scorrimento, non essendo ancora presente il sistema a pioggia. Dopo tre o quattro mesi di lavoro si poteva iniziare il taglio, che durava anche fino al mese di febbraio o marzo. Gran parte dei coltivatori spediva poi il prodotto fuori regione; trasportati al porto di Cagliari, i carciofi erano caricati sulla nave alla volta di Roma nel caso de sa canciofa maseda, i carciofi lisci, privi di spine, mentre erano destinati al mercato di Genova e a quello di varie città della Lombardia e del Piemonte i carciofi spinosi, sa canciofa spinosa. I proprietari del paese non di rado si recavano nei vari mercati nazionali per verificare il prezzo di vendita dei loro carciofi.
L’attività dell’agricoltore, di per se molto faticosa, spesso era resa più complessa dal fatto che le colture si sovrapponevano nel corso dell’anno, tanto da spingerlo a recarsi nei campi anche la notte per svolgere qualche incombenza. A ciò si aggiunge che i contadini frequentemente erano impegnati anche nell’allevamento: la concomitanza di più attività determinava un notevole carico di lavoro che li obbligava a enormi sacrifici e a stare lontano dai propri cari per gran parte del tempo.

1 Aratura di un terreno con su ju, il giogo di buoi.
2 Contadino prepara il terreno per l’irrigazione a scorrimento.
3 Anni Cinquanta. Ragazze impegnate nella raccolta delle barbabietole.
4 Anni Cinquanta. Uomini e donne impegnati nella raccolta dei carciofi. Dopo il taglio, il prodotto era riposto dentro le ceste che poi erano caricate sui carri per il trasporto.
5 1934. Coltivazione dei carciofi.
6 Primi anni Cinquanta. Attività di carico dei carciofi sulla nave.
7 Momento di pausa durante il lavoro nei campi.
8 Anni Cinquanta. Foto di gruppo per le ragazze impegnate nell’attività di raccolta delle barbabietole.
9 Anni Cinquanta. Su murzu, pausa dedicata al consumo di un pasto veloce.
10 Anni Cinquanta. Pausa dal lavoro nei campi per su murzu, uno spuntino semplice e veloce.
11 Anni Quaranta. Il raccolto ammucchiato nell’aia.
12 Anni Quaranta. Il lavoro di trebbiatura nell’aia.
13 La trebbiatura. Uomini e donne con i covoni.
14 Anni Quaranta. Contadini impegnati nella trebbiatura. A vigilare sui lavori vi era anche il proprietario del raccolto.
15 Anni Quaranta. La trebbiatura.
16 Anni Quaranta. Uomini, donne e bambini, dopo aver raccolto il grano dentro i sacchi, caricano manualmente la paglia sul carrello.
17 Uomini, donne e bambini al termine dei lavori nell’aia. Il grano, raccolto dentro i sacchi, è pronto per s’incùngia, l’immagazzinamento.
18 Ragazza accanto alla capanna de su castiadori de s’axrola, il guardiano dell’aia. La capanna era realizzata con su guetu de àcua, il biodo, un’erba raccolta nel letto dei fiumi.
19 Anni Quaranta. S’incungia de sa palla. Dopo la ventilazione, la paglia era caricata sul carro e trasportata verso il pagliaio. Era poi utilizzata come alimento per gli animali da lavoro.

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