Contus de Memoria Decimoputzu

Progetto finanziato tramite la L.R. n. 26 del 1997

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Fidanzamento e matrimonio

Prima di fidanzarsi ufficialmente, il corteggiamento consisteva in un gioco di sguardi e qualche parola rubata durante i rari momenti in cui i due innamorati riuscivano a vedersi da soli. Gli incontri tra i due sessi erano, infatti, rigorosamente sorvegliati dalla comunità, che controllava costantemente che il loro comportamento rispettasse le regole condivise.
La relazione amorosa poteva essere ufficializzata solo in seguito all’assenso dei genitori: «Dopo aver parlato tra loro, i due innamorati informavano i propri genitori. A questo punto, i genitori del ragazzo andavano a chiedere la mano della ragazza; da quel momento la loro relazione diventava pubblica». Erano rari i casi in cui la famiglia della donna negava il proprio assenso: ciò poteva accadere quando il giovane era considerato poco serio nelle sue intenzioni o poco avvezzo all’attività lavorativa. Importante motivo di rifiuto era poi costituito dalla diversa estrazione sociale dei due giovani: «Era importante che la posizione sociale fosse uguale, difficilmente succedeva che, per esempio, una ragazza molto povera sposasse un uomo molto ricco. Ci si sposava povero con povero e ricco con ricco».
L’usanza voleva che in occasione del fidanzamento ufficiale, i futuri suoceri offrissero alla nuora is prendas, dei monili il cui valore era legato alla condizione economica della famiglia: «Mi avevano portato i gioielli: gli orecchini d’oro, la catenina e una medaglietta». Da quel momento in poi i due giovani potevano uscire insieme, ma sempre accompagnati da un fratello o da una sorella della ragazza: «Quando dovevano uscire avevano una persona che li accompagnava; se la ragazza voleva partecipare ad una festa non poteva andare sola con il fidanzato, prima era così, e doveva rientrare in orario!». In ogni caso, la prima volta che i due fidanzati uscivano insieme dovevano recarsi in chiesa; in questo modo tutta la comunità veniva informata della loro unione. Al termine della messa, la coppia, dopo aver ricevuto gli auguri dai compaesani, festeggiava il fidanzamento con un pranzo organizzato a casa dei genitori della promessa sposa.
I due innamorati potevano finalmente iniziare ad organizzare il matrimonio; l’uomo si dedicava alla costruzione dell’abitazione e la donna alla mobilia, alle stoviglie e a tutto l’occorrente per gestire la nuova casa e la nuova famiglia: «Se aveva la possibilità, l’uomo costruiva la casa e la donna portava i mobili. Chi era povero comprava il letto, un tavolo da cucina, alcuni piatti, due pentole, un tegamino, la caffettiera e due sedie; qualcuno riusciva ad acquistarne sei, altrimenti due per loro e se andava qualche ospite rimaneva in piedi!». Chi riusciva ad avere qualche soldino messo da parte, lo spendeva per acquistare qualche provvista alimentare e un abito nuovo da utilizzare per la cerimonia nuziale: «Quando mi sono sposata avevo diecimila lire, ho comprato un abitino grigio perla con la fodera, l'ho pagato seimila lire. Con il resto ho acquistato un litro d’olio, un chilo di zucchero, un chilo di sale, qualche altra provvista e sono terminate le diecimila lire».
Otto giorni prima delle nozze si trasportava il corredo nella nuova casa; compito dell’uomo era quello di chiedere la disponibilità di quanti possedevano un carro, invitandoli a partecipare al trasporto, che si svolgeva in un clima di festa e ilarità. La domenica, i carri giunti a casa della promessa sposa si fermavano davanti al cancello e, a turno, erano caricati della mobilia; nel primo andava sistemato su santucristu, il crocifisso, e il letto giai cuncordau, completo di reti, materasso, lenzuola e cuscini. Di seguito si riempivano gli altri carri: la sala da pranzo, il tavolo e gli scanni, le stoviglie e la biancheria, tanto da formare, non di rado, un corteo di dieci o dodici barrocci. Era una festa per tutti coloro che, vedendolo passare, si univano al gruppo festante per condividere con i futuri sposi la felicità dell’imminente matrimonio. Giunti nella loro casa si procedeva a scaricare il tutto, nel medesimo ordine con il quale era stato caricato. Questo era anche il momento in cui gli amici si divertivano a far subire vari scherzi al futuro sposo, come quello di prenderlo di peso e buttarlo sopra il letto, immobilizzandolo e dandogli pacche sul corpo, il tutto accompagnato da canzoncine a tema.
La settimana che precedeva il matrimonio era dedicata alla sistemazione dei mobili e della biancheria, attività alla quale prendevano parte anche gli invitati alla cerimonia nuziale, in genere parenti stretti e amici. Il giorno delle nozze era usanza che lo sposo, accompagnato dai propri invitati, si recasse a prendere la sposa. Giunto nel cortile si fermava ad aspettare la giovane; quest’ultima, ricevuta la benedizione e l’augurio di felicità da parte della madre, usciva di casa accompagnata dal padre. Il corteo nuziale, guidato dalla sposa con i suoi parenti, poteva così dirigersi verso la chiesa parrocchiale. Terminata la cerimonia, i due sposi, seguiti dagli invitati, si recavano nella nuova casa; giunti accanto alla porta d’ingresso ricevevano dalle rispettive madri s’aràtzia, la grazia: «Sulla soglia della nuova casa, mia madre e sua madre ci avevano dato s’aràtzia, la benedizione. Una era costituita da un bicchiere d’acqua e l’altro era un piatto contenente dolcetti, fiorellini, caramelle, soldi, grano e sale». I festeggiamenti si concludevano con il pranzo nuziale: «Organizzavamo un pranzo fatto in casa con i galletti, la gallina ripiena, il maiale e il pane preparato per gli sposi».
La nuova famiglia era immediatamente investita dei sacrifici che la vita di allora imponeva ed era, in genere, quasi subito coronata dalla nascita dei figli. La gravidanza e il parto erano vissuti in una dimensione quasi esclusivamente femminile. Durante tutto il periodo della gestazione, la futura mamma si occupava della preparazione del corredino: bende, fasce, giacchette e camiciole erano cucite e poste accuratamente dentro un cesto, pronte per quando ve ne sarebbe stato bisogno. Non vi era un interesse particolare per conoscere il sesso del nascituro: «Quello che mandava Dio, lo accoglievamo con piacere!». Non si faceva, infatti, ricorso a pratiche specifiche per sapere se sarebbe stato maschio o femmina. Grande attenzione, invece, era riservata a ciò che la donna desiderava mangiare, questo per evitare che un desiderio insoddisfatto potesse comparire sul corpo del neonato sotto forma di disìgiu, una macchia che richiamava la forma dell’oggetto desiderato. Per scongiurare questa eventualità si cercava di soddisfare l’impellente voglia e, in ogni caso, la donna evitava di toccarsi il viso o le zone scoperte del corpo, in quanto si credeva che tale macchia sarebbe comparsa sul bambino nel medesimo punto. Al parto in genere erano presenti, oltre all’ostetrica, la madre, la suocera e le sorelle della partoriente. Dopo il parto, la puerpera doveva stare a letto per otto giorni; ad aiutarla c’era la madre o una donna del paese che, in cambio di denaro, si occupava della gestione della casa e della cura degli altri bambini. Trascorso questo periodo, il neonato veniva battezzato. La scelta dei padrini era molto importante e cadeva su parenti o amici che si credeva avrebbero potuto dare al bambino attenzioni speciali. Alla cerimonia partecipavano il padre, i padrini, l’ostetrica, gli altri figli della coppia e una bambina vicina alla famiglia che aveva il compito di portare in braccio il neonato fino alla chiesa. La madre, invece, non poteva essere presente; ritenuta impura a seguito del parto, essa poteva uscire di casa solo dopo aver ricevuto s’incresiai, la purificazione: «S’incresiai si faceva dopo quaranta giorni, prima di allora non uscivamo neanche a fare le commissioni! Io le facevo svolgere ad una donna che veniva ad aiutarmi. Se uscivamo senza aver ricevuto la purificazione commettevamo un grande peccato, che non era affatto gradito a Dio! Dunque, stavamo quaranta giorni dentro casa». Il giorno de s’incresiai la puerpera, accompagnata dall’ostetrica, si recava in chiesa tenendo il bambino in braccio: «Quando arrivavamo in chiesa il sacerdote ci veniva incontro per accoglierci. Ci porgeva una candela e ci conduceva all’altare. Noi tenevamo il bambino in braccio e la candela nell’altra mano. Il sacerdote recitava una preghiera, poi faceva il segno della croce più volte e ci chiedeva di recitare il Padre Nostro. Da quel momento eravamo purificate, come Maria». Terminata la cerimonia, la donna poteva riprendere la vita quotidiana con tutte le incombenze e i sacrifici che questa comportava.

1 1950. Coppia di fidanzati nel cortile di casa.
2 1958. La sposa esce di casa accompagnata dal proprio padre.
3 1957. Corteo nuziale in via Montegranatico.
4 1958. S’aràtzia, impartita con il bicchiere d’acqua.
5 1958. S’aràtzia, impartita con il piatto contenente grano, sale, fiori e dolciumi.
6 Primi anni del Novecento. Gruppo di mamme con neonati e bambini.
7 Giovane coppia con il figlio neonato.
8 1920. Foto di famiglia.
9 1942. Parenti riuniti in occasione di una festa.
10 Padre con i propri figli. Dietro si nota il forno utilizzato per la cottura del pane.
11 Foto di famiglia.
12 Fine anni Cinquanta. Famiglia e parenti accanto alla motocicletta.

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