Contus de Memoria Decimoputzu

Progetto finanziato tramite la L.R. n. 26 del 1997

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La Morte

La morte di un familiare, al pari degli altri eventi importanti della vita, era vissuta in una dimensione di profonda solidarietà e vicinanza da parte dell’intera comunità. Subito dopo il decesso avveniva la vestizione del defunto: se si trattava di un uomo erano altri uomini ad assumere questo compito, mentre le donne erano vestite da altre donne. In genere, dopo la vestizione, la salma era posta nella stanza migliore della casa, dove erano accolti i parenti e gli amici che giungevano per manifestare la propria partecipazione e offrire un sincero aiuto ai familiari. Usanza attuata spesso era quella di atitai su mortu, una pratica che, dal momento della morte e fino al seppellimento, consisteva nel recitare una litania che ricostruiva la vita del defunto, lodandone le buone azioni e la bontà d’animo. Era questa un’attività praticata dai familiari stretti, sebbene si conservi ancora il ricordo di donne del paese chiamate appositamente po atitai. All’arrivo del sacerdote nella casa, s’atìtidu si concludeva con la litania “Est benendi su vicàriu, dònnia bentu contràriu ndi dd’at pigau”, per sottolineare la situazione nefasta che aveva determinato la morte del loro caro.
Il dolore per la perdita di un familiare era reso manifesto attraverso l’abbigliamento; in segno di lutto per la morte della consorte, l’uomo portava una fascia nera applicata sul braccio, un fazzoletto nero al collo o un bottone nero cucito sopra il taschino della camicia o della giacca, mentre la donna, in seguito alla morte del marito, indossava tutti gli abiti neri, compreso su muncadori, il fazzoletto che le copriva il capo. Il lutto per la donna durava tutta la vita e solo a seguito di un altro matrimonio poteva svestire gli abiti neri. Anche i bambini, in caso di decesso di uno dei genitori, erano spesso obbligati ad indossare per un certo periodo gli abiti scuri, qualunque fosse la loro età.
Contrariamente a molti altri paesi della Sardegna, pare che a Decimoputzu non si facesse ricorso a s’acabadora, la donna che, in uno spirito di grande compassione, era contattata dai familiari del moribondo per porre fine alle sue sofferenze.


La morte