Contus de Memoria Decimoputzu

Progetto finanziato tramite la L.R. n. 26 del 1997

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La Guerra

La Prima Guerra Mondiale fu l’evento che obbligò la Sardegna a superare la propensione alla chiusura insita nella nostra identità culturale e a spingerla ad aprirsi al resto del mondo, essendo tanti i giovani sardi chiamati a servire la Nazione in campo di battaglia. Sono eventi troppo remoti, di cui poco si è conservato nella memoria collettiva. Ben più vividi sono invece i ricordi dei nostri anziani che hanno vissuto il periodo fascista e il dramma della Seconda Guerra Mondiale, sebbene il paese non fu mai coinvolto direttamente nelle azioni belliche. Alcuni possono raccontare l’esperienza delle armi, altri la vita nel paese in quel periodo; in entrambi i casi si tratta di ricordi ben scolpiti nella memoria, pezzi di vita vissuta che hanno profondamente inciso sull’esistenza di ognuno.
Tra i giovani chiamati a fornire il proprio contributo, alcuni prestarono servizio in Italia, altri furono mandati come truppa di invasione in Jugoslavia, ma in tutti i casi gli elementi comuni ai racconti dei reduci sono le estenuanti camminate cui erano sottoposti i giovani soldati per spostarsi da una zona all’altra, costretti al digiuno anche per intere settimane. Spesso, giunti a destinazione, dovevano accamparsi per mesi, patendo il freddo e la fame: «In Serbia ho trascorso diciotto mesi in tenda; per non stare a contatto con il terreno avevo fabbricato un materasso con i bastoni e una fune. Durante l’inverno non si riusciva a riposare a causa del freddo e non potevamo neanche accendere il fuoco». C’è chi ha vissuto anche l’esperienza della prigionia con i tedeschi e conserva il ricordo delle giornate trascorse in reclusione e dei trasferimenti notturni presso il porto laziale, dove i prigionieri erano obbligati a scaricare l’artiglieria dalle navi: «Ero prigioniero dei tedeschi a Civitavecchia; eravamo in sette, io l’unico sardo con sei siciliani. Ci avevano rinchiuso in una casa con la porta che aveva solo un passante esterno per evitare che potessimo scappare. Durante la notte gli americani bombardavano e i tedeschi ci trasferivano al porto per scaricare le munizioni e tutto il materiale che arrivava con le navi; ogni giorno facevamo questa vita. Dopo venticinque giorni sono riuscito a scappare».
Il periodo della guerra non fu vissuto meglio da chi rimase nel paese, alle prese con il razionamento alimentare e la paura costante dei bombardamenti, a causa della vicinanza con la base militare di Decimomannu. Le restrizioni alimentari erano rigide; gli agricoltori si vedevano assegnare una piccola percentuale del grano raccolto, mentre tutto il resto era requisito e utilizzato per sfamare gli eserciti. Era stata istituita la tessera annonaria, mediante la quale il pane, l’olio, lo zucchero e altri alimenti erano consegnati in una razione prestabilita, del tutto insufficiente per la sussistenza delle persone, che in quel periodo vissero una condizione di grande miseria e fame. Tale situazione favorì lo sviluppo de sa mantinica, il mercato nero, dove era possibile acquistare sottomano i vari prodotti, tra cui anche il tabacco, i sigari e le sigarette, in quel periodo introvabili; con l’accondiscendenza dei tabaccai dei paesi vicini c’era chi, infatti, in cambio di fasci di giunco riceveva le sigarette e i sigari da vendere sottobanco.
Le persone riuscivano a trovare gli stratagemmi più fantasiosi per sfuggire ai controlli e portarsi a casa una piccola quantità di grano da utilizzare per preparare il pane necessario per sfamare la famiglia, in genere molto numerosa: «Noi andavamo a Donori a comprare il grano, poiché in famiglia eravamo in quindici da sfamare. Andavamo con la carrozza, nascondevamo il grano sotto una coperta e noi ci sedevamo sopra, perché se incontravamo i soldati che dovevano fare i controlli lo portavano via». Gli stessi commercianti non di rado consegnavano una pagnotta in più rispetto alla razione giornaliera consentita, con la raccomandazione di nasconderla bene sotto gli abiti, per paura di essere scoperti. C’è anche chi rammenta le incursioni notturne nell’aia dove, con un po’ di accondiscendenza da parte della persona preposta al controllo, era possibile portar via una piccola quantità di grano.
Nonostante questi espedienti si biviat mali, la vita quotidiana era contrassegnata da grande miseria e la situazione era aggravata dal timore di subire i bombardamenti. È, infatti, ben vivido il ricordo del suono della sirena che avvertiva la popolazione dell’arrivo dei bombardieri nella zona. Secondo alcuni l’allarme proveniva dal campo militare vicino, secondo altri era lanciato anche dai soldati appostati sul campanile della chiesa che, avvistati gli aerei nemici, facevano risuonare la campana.
Al suono dell’allarme tutti interrompevano le attività per correre dentro i rifugi scavati nel sottosuolo, dove poi attendevano di udire l’avviso che indicava la fine del pericolo. Riuniti in grandi gruppi, spesso formati da tutte le persone di uno stesso vicinato, c’è chi ricorda che vi era grande paura, soprattutto tra gli adulti, e chi, invece, rammenta che ci si preoccupava di portare dentro il rifugio una brocca d’acqua e qualche tozzo di pane per potersi alimentare durante l’attesa. I bambini, invece, con minore consapevolezza del pericolo, sfruttavano il tempo per dedicarsi in modo spensierato alla pratica di vari giochi.
La desolazione provocata dalla guerra diveniva manifesta la sera, quando, in seguito alle regole di oscuramento diramate per ridurre al minimo il rischio di divenire bersaglio dei bombardieri, le lampade dell’illuminazione pubblica erano quasi tutte spente, mentre quelle rimaste accese erano state dipinte di azzurro, al fine di renderne più fioca la luce; lo stesso avveniva per i fari delle biciclette e per i vetri delle abitazioni. Il paese veniva dunque a trovarsi immerso nella quasi totale oscurità, fatto questo che aumentava nella popolazione la sensazione di pericolo e di vulnerabilità.
Il termine della guerra fu una liberazione per i tanti giovani che poterono rientrare nelle proprie case dopo anni di lontananza; anche per gli abitanti di Decimoputzu fu un momento vissuto con gioia, nonostante il conflitto avesse lasciato il paese in una condizione di estrema miseria e povertà. Furono necessari diversi anni per la ripresa economica. Questa fu particolarmente evidente nel settore agricolo: i proprietari terrieri lentamente ripresero a lavorare i campi in modo intensivo e poterono così offrire un’opportunità lavorativa remunerata ai braccianti. Anche l’edilizia e le attività artigiane poterono pian piano ritornare alla normalità, dando respiro alla comunità di Decimoputzu dopo anni di grandi privazioni e sacrifici.


1 1917. Soldati della Prima Guerra Mondiale.
2 Soldati della Prima Guerra Mondiale.
3 Soldati della Prima Guerra Mondiale.
4 Metà anni Venti. Gruppo dei balilla e delle piccole italiane.
5 Tre fratellini con la divisa dei balilla.
6 Parata del periodo fascista.
7 1937. Foto scattata nel cortile del Municipio. Sede del Comando Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.
8 Guerra d’Africa. Soldato che simula un combattimento.
9 Guerra d’Africa. Soldato all’interno dell’accampamento militare.
10 Soldato della Seconda Guerra Mondiale.
11 1940. Soldato della Seconda Guerra Mondiale a cavallo.

9876543211101