Contus de Memoria Decimoputzu

Progetto finanziato tramite la L.R. n. 26 del 1997

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Il Carnevale

Il Carnevale ha da sempre coinciso con il divertimento e l’ilarità; indossare una maschera permetteva a tutti di svestirsi dei propri panni per assumere un’altra identità, il più delle volte molto diversa da quella reale. Tutti partecipavano alla festa collettiva, caratterizzata dalla sfilata delle maschere e dai balli organizzati nelle abitazioni private, in cui diverse famiglie si univano a formare una sòcia, un gruppo coeso che si ritrovava per trascorrere serate piacevoli all’insegna del ballo e dei giochi, accompagnati dal suono della fisarmonica.
Particolarmente attesa era sa di’ de segai is pingiadas, il giorno della pentolaccia, in occasione della quale per le vie del paese si dava vita ad una pariglia. I cavalieri, accuratamente mascherati, partivano da via Vallermosa per giungere in via Roma, cercando di rompere le pentole che incontravano durante la corsa, tra gli incitamenti e l’ammirazione della folla: «Io ricordo ancora quando spaccavano le pentole a cavallo, partivano da via Vallermosa e terminavano all’incrocio con via Roma, si chiamava piazza Arrosiau; c’erano le pentole appese tra una traversa e l’altra delle case. Passavano questi tre cavalieri con un bastone e le rompevano». Anche nelle feste organizzate presso le abitazioni ci si sfidava in una gara in cui i singoli partecipanti, armati di bastone, si cimentavano nel tentativo di rompere qualche pentola per aggiudicarsi così tzìpulas, zeppole, e caramelle o, come spesso accadeva, di vedere che il proprio bottino consisteva in qualche topo o serpente, tra l’ilarità generale degli altri partecipanti. Ciascuna famiglia portava la sua pentola, accuratamente avvolta nella carta per nasconderne le reali dimensioni; al proprietario spettava il primo tentativo e solo se questo andava a vuoto erano gli altri partecipanti, a turno, a cercare di assicurarsene il contenuto. Lo spirito allegro e scherzoso della serata, inoltre, spingeva molti ad escogitare vari stratagemmi per rendere più difficoltosa, se non impossibile, la rottura delle pentole: «La nostra non riuscivano mai a spaccarla perché noi la rivestivamo con la vescica del maiale, era ben avvolta. Iniziavamo noi, se non riuscivamo a romperla passavamo il turno ad un altro; tentavano tutta la notte, ma non si spaccava mai. Ad un certo punto la portavano giù e dopo averle tolto la carta dorata vedevano che era ben avvolta con la vescica!».
La serata proseguiva con l’organizzazione di vari giochi tra cui su giogu de su cartzòlaiu, su giogu de cunfessai e su giogu de su spioni, i giochi del calzolaio, della confessione e del calabrone, i quali avevano come obiettivo comune il ridicolizzare gli uomini al fine di far divertire le donne presenti. Nel paese vi erano alcune sòcias, le quali rispecchiavano l’estrazione sociale dei componenti: «In passato c’erano varie sòcias di carnevale, quella dei ricchi si chiamava “su pibitziri” o “colletu duru”, quella media si chiamava “sa cavalleta” e l’ultima “su cucuddau”». Erano gruppi distinti, ciascuno dei quali si riuniva in una casa appartenente ad un membro de sa sòcia, cui poteva accedere solo chi riceveva l’invito ufficiale. Il nome di ciascun gruppo aveva un significato particolare; la comitiva delle cavallette, per esempio, fu chiamata in questo modo vista la numerosità dei suoi componenti. I nomi, inoltre, spesso divenivano motivo di scherzi da parte delle altre sòcias: non di rado, al gruppo delle cavallette si riservava un mucchio di crusca disseminata nell’ingresso della sede dei balli, in ricordo della crusca avvelenata utilizzata per debellare le locuste durante l’invasione che colpì la zona intorno alla metà degli anni Quaranta.
I festeggiamenti si concludevano il giorno in cui si uccideva Carnevale: «L’ultimo giorno legavano Carnevale con le funi affinché rimanesse dritto; a turno gli uomini lo frustavano e, alla fine, lo bruciavano. Lo rimproveravano dicendogli “ti sei comportato male? ti insegniamo noi come ci si comporta!”. Noi bambini non capivamo che si trattava di un fantoccio e ci chiedevamo perché lo stessero bruciando, ci dispiaceva per lui perché sembrava proprio un uomo! In genere lo appendevano nella piazza del Comune, in piazza San Giorgio e anche in via Grande, dove è stato costruito il monumento».
Legato alla conclusione del Carnevale era il detto “Carnevali mortu, spaciau s’ollu de porcu” che letteralmente significa “Carnevale è morto, è finito lo strutto”, ripetuto spesso dalle massaie per avvisare i bambini che era finita anche la preparazione de is tzìpulas, le zeppole, i dolci tipici di questa festa fritti nel grasso di maiale.

1 1931. Giovane donna accanto al figlio mascherato.
2 Anni Sessanta. Bimbi mascherati all’asilo con suor Nazaria.
3 1950. Giovani mascherati.
4 1950. Giovane mascherato.


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