Contus de Memoria Decimoputzu

Progetto finanziato tramite la L.R. n. 26 del 1997

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Pasqua

Profonda devozione e rispetto accompagnavano i riti e i precetti legati alla Pasqua. Innanzitutto quelli della Quaresima, periodo durante il quale i fedeli osservavano pienamente il digiuno dalla carne. Ad essa seguivano i riti della Settimana Santa che avevano inizio il giovedì, quando un gruppo di fedeli si dedicava con grande cura alla preparazione della cappella: «I fedeli spegnevano per un’intera giornata tutte le candele e in chiesa si preparava la cappella per esporre il Santissimo il Giovedì Santo; la cappella era completamente foderata con le lenzuola bianche e adornata con i fiori». Accanto alla statua si ponevano anche i vasetti contenenti su nènniri, preparato secondo alcuni dieci giorni prima, secondo altri quaranta. Era una piantina mista di grano e orzo, lasciata germogliare sotto il letto, coperta e in oscurità, affinché, in assenza dell’azione clorofilliana, crescesse esile e molto pallida: «Dopo averlo seminato si copriva con una corba e veniva sistemato sotto il letto; ogni giorno lo innaffiavano con poca acqua tiepida fino a quando iniziava a germogliare poi, durante la crescita, veniva innaffiato a giorni alterni affinché non divenisse troppo alto». Ad adornare la piantina erano is fiolas, le viole, preferibilmente di colore blu, che, poste tra i rami de su nènniri, creavano un bel contrasto di colore.
Si celebrava la messa in Coena Domini, durante la quale il sacerdote benediceva gli oli santi; all’omelia seguiva la rievocazione della lavanda dei piedi di Gesù Cristo agli Apostoli: «Il sacerdote disponeva i chierichetti in cerchio, lavava loro i piedi e glieli asciugava». Al termine della funzione le ostie consacrate erano riposte nel tabernacolo.
Sa Cenabara Santa, il Venerdì Santo, al mattino si svolgeva la Via Crucis in lingua sarda, tradizione che risale almeno al 1850 e tuttora fedelmente portata avanti. La popolazione partecipava con grande devozione alla processione che aveva inizio nella cappella del crocifisso della chiesa parrocchiale con il dialogo tra la Madonna e Gesù; usciti dalla chiesa, il percorso prevedeva il passaggio in via sant’Isidoro, via Centrale, via Su Nuraxi, via Montegranatico, via Sant’Antonio, via Roma e via Casa Comunale. L’ultima stazione era quella che si trovava nel piazzale della chiesa, in corrispondenza della casa parrocchiale. Dapprima cantata interamente dagli uomini, solo negli anni Cinquanta si inserì la prima interprete femminile. 
I testi recitati inizialmente erano tramandati oralmente; furono poi trascritti da alcuni fedeli in piccoli quaderni che custodirono personalmente. Alla fine del 1952 dott. Cherchi, parroco del tempo, dopo aver recuperato alcuni di questi quaderni manoscritti, si dedicò ad un faticoso lavoro di ricostruzione del testo, culminato nel 1953 con la prima versione stampata.
In tempi remoti, il Venerdì Santo si svolgeva anche il rito de s’Iscravamentu, la deposizione del Cristo dalla Croce. Si trattava di un rito molto toccante che i fedeli vivevano con profondo dolore e che, forse per questo motivo, fu progressivamente abbandonato nel tempo.
Il Giovedì e il Venerdì Santo, in assenza dei rintocchi delle campane, silenziose in segno di lutto, la chiamata alle funzioni religiose era fatta dai fanciulli del paese che percorrevano le vie con is matracas e is scociarranas, le battole e le raganelle, avvisando così la popolazione dell’inizio della messa: «I ragazzini andavano in giro a suonare le raganelle e le battole facendo i rintocchi per annunciare, per esempio, che alle cinque c’era la messa, era un avviso perché la campana non suonava». Altro compito dei giovani durante la Settimana Santa era quello di passare di casa in casa a chiedere le palme da bruciare per ottenere le ceneri che poi sarebbero state utilizzate il mercoledì delle ceneri dell’anno successivo: «I ragazzini cercavano anche le palme, passavano in ogni casa e dicevano “stiamo cercando la palma per il fuoco”».
Il sabato, su Sàbudu Santu, alle dieci le campane suonavano il Gloria per annunciare la Resurrezione di Gesù Cristo; il sacerdote officiava la santa messa e procedeva alla benedizione dell’acqua e del fuoco da cui si accendeva il nuovo cero pasquale: «Il sabato, quando resuscitava Gesù Cristo, la campana riprendeva a suonare; davano il Gloria alla messa del Sabato Santo e benedicevano l’acqua e il fuoco». Il suono delle campane che annunciava il Gloria era accompagnato da un rito eseguito in ogni abitazione del paese per allontanare gli spiriti maligni: «Quando le persone sentivano suonare il Gloria battevano le porte di casa per allontanare la Tentazione».
Estremamente suggestivo era il rito de s’Incontru, l’incontro tra la Madonna e Gesù Risorto, rivissuto simbolicamente la Domenica di Pasqua alle dieci e trenta. Si partiva dalla chiesa parrocchiale, il Cristo Risorto percorreva via sant’Isidoro, mentre la Madonna, con il velo nero sul viso in segno di lutto, attraversava via san Michele, via Montegranatico e via Grande; l’incontro avveniva nella piazza Sa Cabadroxa ed era accompagnato da tre inchini, l’ultimo dei quali eseguito quando i due simulacri si trovavano uno di fronte all’altro. A questo punto una donna incaricata dal sacerdote toglieva il velo nero dal volto della Madonna; poste le statue una accanto all’altra, i fedeli si dirigevano in processione verso la parrocchia recitando s’arrosàriu sardu, il rosario in sardo. Alla processione seguiva la santa messa.
Al termine della funzione religiosa le famiglie si riunivano per festeggiare insieme questo giorno con un pranzo più ricco del solito che si concludeva con i dolci tipici della Pasqua, is pardulas, a base di ricotta e zafferano. Per questa occasione si preparavano, inoltre, is cocoieddus cun s’ou, il pane con l’uovo; per i più piccoli i cocoietti erano particolarmente curati nella decorazione e spesso costituivano un dono che i padrini offrivano al proprio figlioccio.
La Pasqua, al pari delle altre festività più sentite, era un momento privilegiato per indossare un abito nuovo, da utilizzare solo la domenica e in occasione delle feste, in quanto non di rado sarebbe stato l’unico che la famiglia avrebbe potuto acquistare nel corso di un intero anno.

 

Foto n. 1 - 18 Testo della Via Crucis in lingua sarda, stampato nel 1953.

987654321817161514131211101