Contus de Memoria Decimoputzu

Progetto finanziato tramite la L.R. n. 26 del 1997

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Il lavoro delle donne

Se l’uomo doveva dedicare gran parte del suo tempo alle varie attività lavorative, la donna non viveva una condizione di maggior favore; essa, infatti, era chiamata a svolgere diverse incombenze. Tra le sue principali attività vi erano i lavori domestici e la cura e l’educazione dei figli, cui si aggiungeva spesso il lavoro nei campi, al seguito del proprio marito nei terreni di proprietà o al servizio dei proprietari terrieri del paese.
Tra le faccende domestiche cui la donna doveva dedicarsi quotidianamente vi era la preparazione dei pasti che, nei giorni lavorativi, consistevano quasi unicamente in un piatto di minestra di legumi, ogni giorno diversa: «Mangiavamo legumi durante tutta la settimana, un giorno i ceci, un giorno i fagioli, un giorno le cicerchie, un giorno le fave, un giorno le lenticchie e un giorno i piselli. Qualche volta preparavamo la semola “fritta”. Noi la chiamavamo fritta, ma era bollita e cucinata come la pastasciutta». Altra incombenza quotidiana era l’allevamento degli animali da cortile quali galline, tacchini, anatre e conigli di cui quasi tutte le famiglie disponevano, in quanto garantivano loro la possibilità di mangiare la carne almeno la domenica o in occasione delle feste. La domenica si cucinava principalmente il brodo con la gallina ripiena, oppure la pastasciutta seguita da un secondo piatto di carne, prevalentemente coniglio o pollo arrosto, mentre era riservato alle feste importanti l’acquisto della carne di pecora o di agnello o, cosa ben più rara, di maialetto. Sebbene si disponesse quotidianamente delle uova, esse rientravano solo di rado nell’alimentazione giornaliera, in quanto generalmente erano usate come merce di scambio con scampoli di tessuto da utilizzare per confezionare gli abiti per tutta la famiglia: «C’era s’òvaria, una donna che andava a Cagliari a vendere le uova; noi le portavamo a lei in cambio di qualche pezzo di stoffa». Tra i compiti quotidiani della donna vi era anche il reperimento dell’acqua presso le fontanelle dislocate nel paese, la più nota delle quali era sa pompa, la fontana presente a Sa Cabadroxa. Il recipiente utilizzato per il trasporto era sa màriga, una brocca in terracotta che spesso era posata in equilibrio sul capo, poggiata sopra su tidibi, il cercine. Altro compito giornaliero consisteva nel lavare le stoviglie, attività complicata soprattutto per il fatto che le pentole, stando a contatto diretto con il fuoco, si annerivano e incrostavano con facilità. Il detergente utilizzato era sa lissia, la lisciva, preparato in casa: «In passato non c’era il detersivo, versavamo la cenere in un recipiente pieno d’acqua, la facevamo bollire, la colavamo e con quella lavavamo i piatti».
Una volta la settimana ci si dedicava alla preparazione del pane e della pasta e al bucato.
La lavorazione del pane avveniva in genere il sabato, quando, spesso all’alba, si provvedeva a suddividere i vari componenti ottenuti dalla macinazione del grano. Inizialmente il cereale era macinato in casa con la mola sarda azionata da un asinello e a tale attività doveva seguire, attraverso l’utilizzo di setacci, crivelli e canestri, la separazione manuale della crusca dalla semola e dalla farina. Questo lavoro fu semplificato nei primi anni Cinquanta, quando fu aperto il mulino che effettuava meccanicamente la cernita: «Le persone portavano, per esempio, venti chili di grano da macinare; lo portavano le donne con le corbe sopra la testa. Lo pesavamo e a loro spettavano cinque chili di crusca, cinque chili di fior di farina e dieci chili di semola; portavano tre sacchetti e prendevano tutto separatamente. Si pagava una certa cifra per ogni chilo di grano macinato; per venti chili mi pare pagassero duecento o trecento lire». La crusca era generalmente utilizzata come alimento per le galline, mentre la farina e la semola costituivano gli ingredienti di base per la preparazione del pane e della pasta fresca, sebbene alcuni ricordino che per certi tipi di pasta alla farina si univa su civraxu nieddu, il cruschello.
I principali tipi di pane preparati nel paese erano su civraxu e su cocoi, per i quali si procedeva a due tipi di lavorazione. Su civraxu era lavorato dentro sa scivedda a spongiadura, con l’utilizzo dei pugni, e in genere per impastarlo ci si inginocchiava sopra sa stoja, la stuoia fabbricata con su fenu de stoja, un’erba reperita nei fiumi. Su cocoi, invece, era lavorato a ciuexi, tecnica che utilizzava principalmente il palmo delle mani; in questo caso la lavorazione avveniva in sa mesa po fai pani, il tavolo utilizzato dalle massaie per la preparazione del pane. Fondamentale in entrambi i casi era l’uso de su fromentu, il lievito madre che, conservato dalla settimana precedente, garantiva la lievitazione del pane. Dopo una prima lievitazione, l’impasto veniva suddiviso e si dava la forma ai pani che, posti dentro su canisteddu e ricoperti con un canovaccio infarinato, erano lasciati ulteriormente riposare. Nel frattempo la massaia preparava il forno per la cottura. Tutti disponevano di fascine raccolte appositamente per cuocere il pane e con il tempo si imparava a conoscere il numero di fasci di legna che occorreva per cuocerne un determinato quantitativo. Dopo l’accensione, il forno necessitava di continuo controllo e solo quando l’imboccatura diventava di colore rosso si poteva procedere all’inserimento delle pagnotte, avendo prima cura di allontanare le braci con fasci d’erba appositamente raccolti per questa operazione: «Per pulire il forno andavamo a prendere is scovas po su forru, usavamo soprattutto l’erba vischio; se questa non era disponibile, era possibile pulire il forno anche con un pezzo di sacco di iuta». Si procedeva così alla cottura, prestando attenzione, nel caso in cui si infornassero contemporaneamente civraxus e cocois, a disporli in punti differenti del forno per garantirne una cottura ottimale: «Infornavamo il pane, prima il pane civraxu che era sistemato lungo i bordi e poi il pane cocoi posizionato al centro». Una volta pronto, il pane era sfornato e sistemato dentro is canisteddus, i canestri, per essere consumato nei giorni successivi, sebbene non di rado qualche bambino vi giungesse per tagliarne un pezzetto anche quando ciò non era consentito. Spesso, inoltre, per placare la fame durante le ore di lavorazione del pane, si preparava sa lada, una focaccia che, tagliata a pezzi e condita con olio e sale, poteva essere consumata subito. In occasioni particolari per i bimbi si preparava s’arrosarieddu, il rosario, ottenuto tagliando la pasta del pane in tanti pezzetti piccoli come i grani del rosario, che erano legati con del filo in modo da ottenere una catenina che poi i bambini, una volta cotta, indossavano con gioia: «Preparavamo il rosario. Facevamo delle palline, le infilavamo in un pezzo di filo e quando era cotto lo mettevamo al collo come un vero rosario!». Quasi tutte le donne preparavano in casa anche la pasta fresca come gnocchetti, tagliatelle, sfoglie, ravioli e fregola, il cui utilizzo era tuttavia limitato a qualche pranzo della domenica o, più spesso, alle occasioni di festa.
Un’altra attività svolta settimanalmente dalle massaie era il bucato, in genere eseguito al fiume. Partendo di primo mattino a piedi e con le ceste colme di panni sporchi, le donne raggiungevano i fiumi del territorio, principalmente il Rio Matta. Lavavano gli indumenti e, se il tempo era favorevole, li lasciavano asciugare al sole sopra i cespugli; giunta la sera, li ripiegavano e facevano rientro nella propria casa. Anche per il bucato si utilizzava prevalentemente la lisciva e solo in alcuni casi i panetti di sapone. Quest’ultimo spesso diveniva mezzo di scambio per alcune donne particolarmente povere che attendevano altre massaie accanto ai fiumi e offrivano loro un aiuto nel bucato, in cambio di un pezzo di sapone e di un tozzo di pane.
Una volta l’anno le massaie dovevano dedicarsi al rifacimento dei materassi e alla lavorazione delle parti del maiale dopo la sua macellazione.
Per rifare i materassi si attendeva l’arrivo della stagione estiva: si lavava la fodera e si sostituiva la vecchia imbottitura. Inizialmente questa era costituita da s’impeidroxu, un’erba che cresceva vicino ai fiumi e che poteva anche essere acquistata da un uomo del paese. Dopo averla ben districata, si inseriva all’interno della tela: «Per l’imbottitura dei materassi prendevamo un’erba chiamata impeidroxu; noi la compravamo a fasci e una volta portata a casa la usavamo per imbottire i materassi, ma non erano molto comodi!». La fase successiva consisteva nella cucitura della fodera, eseguita utilizzando lo spago e l’ago sachera, apposito per stoffe molto grosse; la cucitura era realizzata a cordoni, formando una bordatura particolarmente resistente. Accorgimento importante era quello di lasciare una fessura nella quale poter inserire la mano e rimestare di frequente l’imbottitura, che tendeva ad appiattirsi e a non distribuirsi uniformemente lungo tutto il materasso, rendendolo particolarmente scomodo. In tempi successivi s’impeidroxu fu sostituito con il crine, che prima dell’utilizzo doveva essere scraminau, scardassato.
Nei mesi freddi la massaia, aiutata dagli altri componenti della famiglia, era impegnata nell’uccisione del maiale, importante fonte di sostentamento alimentare, visto che tutte le sue parti trovavano un utilizzo in cucina e non vi era alcuno spreco. Acquistato quando ancora si alimentava solo con il latte, il maiale era allevato per un intero anno nei cortili delle abitazioni, dove gli si riservava uno spazio apposito, su corratzu. Era nutrito con cereali e legumi e, quando giungeva il periodo della maturazione dei fichi d’India, anche con questi frutti spontanei che erano particolarmente graditi all’animale: «Si comprava un maialetto da latte; inizialmente gli davamo il latte e in seguito un po’ di grano e legumi. Quando arrivava il periodo dei fichi d’India andavamo a raccoglierli perché erano sostanziosi; dopo continuavamo a dargli i legumi».
Nel mese di novembre o dicembre, quando il maiale aveva raggiunto il peso di circa centoventi chili e le temperature consentivano di conservarne meglio le carni, si procedeva alla macellazione, momento di grande festa per tutta la famiglia. All’uccisione si dedicava l’uomo mentre la donna, spesso aiutata anche dal marito e dai figli, doveva lavorarne le parti ricavate. Subito dopo l’abbattimento raccoglieva il sangue dentro un recipiente e lo mescolava di continuo per evitare che si raggrumasse. Impreziosito con vari condimenti quali uva passa e cannella, il sangue era poi inserito dentro l’intestino del maiale per preparare il cosiddetto sànguini de porcu, il sanguinaccio. Il lardo, intagliato e cosparso di sale, era conservato in un luogo fresco e consumato come companatico o usato per insaporire il gusto delle minestre di legumi. Le parti grasse erano tagliate a pezzetti e fatte liquefare sul fuoco per preparare s’ollu de porcu, lo strutto, usato per il condimento dei cibi. La parte grassa che non si scioglieva costituiva sa gerda, i ciccioli, preziosissima per condire le minestre e soprattutto per la preparazione del pane cun gerda, insaporito ulteriormente dall’aggiunta di uva passa: «Sa gerda poteva essere usata nella preparazione del pane, veniva impastata con la farina, cui si aggiungeva anche l’uva passa. Dopo aver lavorato bene l’impasto, lo lasciavamo lievitare e alla fine facevamo le pagnotte e le infornavamo». La carne era in gran parte utilizzata per la preparazione della salsiccia, fresca e secca; tagliata a pezzetti, era condita e inserita nell’intestino del maiale precedentemente lavato: «Per la salsiccia si utilizzava la carne della coscia; ci sedevamo e la tagliavamo a pezzetti, poi la rimestavamo e la condivamo con il sale, i semi d’anice e il pepe in grani. Pulivamo bene le budella con acqua e sale e le riempivamo». Una quantità minima di carne si cucinava subito, prevalentemente arrosto; anche le frattaglie erano consumate immediatamente, per non correre il rischio che potessero andare a male: «Recuperavano anche le interiora, si cucinavano a suchitu, con l’aceto. Non si buttava nulla!». Infine, gli ossi erano spolpati accuratamente, cosparsi di sale e conservati per poter essere utilizzati come condimento del brodo.
L’uccisione del maiale diventava un’occasione per la dimostrazione di reciproca solidarietà tra le persone: non ci dimenticava mai di preparare sa mandada, un piattino contenente le parti migliori dell’animale che era offerto a is parentis e a is bixinus, sicuri che il gesto sarebbe stato ricambiato alla prima occasione: «Pensa alla fratellanza che c’era in passato! A tutti i vicini e i parenti si portava sa mandada, un pezzetto di carne, salsiccia, fegato o lardo».
La grande mole di lavoro della donna era ulteriormente aggravata dal fatto che il marito trascorreva gran parte della giornata fuori casa, dunque era suo dovere impartire un’adeguata educazione ai figli. Inoltre, spesso aiutava il coniuge nello svolgimento dei lavori nei campi o lavorava al servizio presso le case dei possidenti. Diverse erano le attività cui si dedicava in campagna; partecipava alla semina e alla raccolta delle fave, delle barbabietole e dei carciofi, alla mietitura e, soprattutto, alla raccolta delle spighe: «Andavamo a sa spiga, a raccogliere le spighe necessarie per preparare il pane. Raggiungevamo i campi a piedi. Indossavamo un grembiule ripiegato come una sacca, raccoglievamo le spighe, eliminavamo il gambo e le mettevamo dentro la sacca; quando questa era piena, le versavamo dentro un sacco capiente». Di frequente questo lavoro era ricompensato con le sole spighe che le donne riuscivano a raccogliere e che utilizzavano poi per la preparazione del pane.
La giornata della massaia, molto lunga e impegnativa, si concludeva a tarda sera, quando sa meri de domu si dedicava alle ultime incombenze; seduta accanto al camino, era solita rammendare gli abiti di tutta la famiglia, soprattutto quelli necessari per recarsi al lavoro l’indomani.


1 Ragazze con indosso l’abito tradizionale. Sorreggono sa màriga, la brocca utilizzata per la raccolta dell’acqua presso le fontanelle pubbliche.
2 Anni Quaranta. Massaia impegnata nella pulitura dei cereali.
3 Sa muschera incassata nel muro. Era utilizzata per conservare le provviste da consumare in tempi brevi. Nello sportello si ricavava una finestrella chiusa con una rete, per permettere il passaggio dell’aria.
4 Il forno utilizzato per la cottura del pane preparato in casa.
5 Visione di insieme degli utensili necessari per la preparazione del pane: il tavolo, su strexu de fenu e su strexu de terra, i recipienti di “fieno” e di terracotta.
6 Ingredienti e recipienti necessari per la preparazione del pane poggiati sopra sa stoja po fai pani, tappetino realizzato con su fenu de stoja, una qualità di giunco reperito nei fiumi del territorio.
7 Giovane donna con sa màiga, il fascio di spighe.
8 Anni Cinquanta. Momento di pausa per le donne impegnate nel lavoro in campagna.

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